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Test intolleranze alimentari: quanto sono attendibili?

20 Mar , 2015,
admin
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Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un notevole aumento del numero di persone che si ritengono affette da intolleranze alimentari e che lamentano disturbi di diversa natura in seguito all’assunzione di determinati cibi. Tra i sintomi più comunemente riscontrati, troviamo senso di gonfiore, dolori addominali, problemi digestivi, nausea, vomito, diarrea, mal di testa, aumento di peso.

Di pari passo, si sono moltiplicati i test a disposizione per identificare queste intolleranze, i quali si basano su diversi principi più o meno scientifici e, di conseguenza, più o meno affidabili, tant’è vero che è stato stimato che solo un decimo dei casi di intolleranze alimentari individuati con questi test siano effettivamente reali.

Prima di analizzare nel dettaglio la questione, cominciamo innanzitutto a capire cosa si intende quando si parla di intolleranze alimentari e che differenza c’è tra intolleranza e allergia.




L’Accademia Europea di Allergologia ed Immunologia Clinica, utilizza come termine onnicomprensivo quello di reazione avversa al cibo, andando poi a distinguere due grandi classi, ovvero disturbi mediati da meccanismi immunologici, le allergie, e disturbi non mediati da meccanismi immunologici, le intolleranze.

Oltre a questa classificazione, vengono distinte anche le reazioni avverse di natura non tossica, legate quindi alla suscettibilità individuale (allergie e intolleranze) e reazioni di natura tossica, legate invece a contaminazione degli alimenti ingeriti (batteri, muffe, sostanze chimiche) o presenza di veleni naturali (funghi, alcuni tipi di piante o animali).

Le allergie, dunque, possono essere definite come delle risposte esagerate dell’organismo a sostanze che vengono considerate generalmente innocue. Il soggetto allergico non sviluppa tolleranza verso queste sostanze e questo causa una reazione anomala del sistema immunitario che porta a produzione di anticorpi e rilascio di istamina, o altre sostanze, che provocano i sintomi allergici (prurito, orticaria, gonfiore nel cavo orale o altre parti del corpo, asma, diarrea, vomito, shock anafilattico…).

Le intolleranze, invece, non sono determinate dall’anomala attivazione di una risposta immunitaria, ma da altri meccanismi, in base ai quali possiamo distinguere diversi tipi di intolleranze alimentari. Quelle di tipo enzimatico sono dovute all’incapacità dell’organismo di metabolizzare determinate sostanze contenute negli alimenti, a causa di carenze degli enzimi predisposti a questo compito. La più comune è l’intolleranza al lattosio, dovuta proprio a carenza o totale mancanza dell’enzima lattasi. Ci sono poi intolleranze di tipo farmacologico, causate dalla presenza in alcuni cibi di sostanze dotate di attività, appunto, farmacologica, come ad esempio istamina, caffeina, teofillina o alcol etilico. Vi sono, infine, intolleranze indefinite, che possono essere scatenate da additivi alimentari come coloranti, conservanti, addensanti o correttori di acidità.

Il mondo delle reazioni avverse agli alimenti è molto vasto e presenta molti aspetti a tutt’oggi ancora non ben conosciuti. Uno dei punti più controversi riguarda proprio l’utilità e l’efficacia delle procedure diagnostiche utilizzate per individuare questi disturbi.

Nel campo delle allergie, i test più utilizzati sono i test cutanei (prick test), la ricerca di anticorpi IgE alimento specifici (RAST) e i test istologici con biopsia intestinale. Questi test sono considerati attendibili ma non garantiscono una completa affidabilità per la diagnosi di tutti i tipi di allergie alimentari o per la precisa individuazione dell’alimento scatenante.

Si usa poi ricorrere alla dieta di eliminazione, che prevede di sospendere l’introduzione degli alimenti sospetti e valutare l’eventuale miglioramento dei sintomi. Successivamente si procede con la reintroduzione dei singoli cibi e/o al test di provocazione sotto controllo medico, per valutare l’effettiva suscettibilità all’alimento preso in esame.

Per quanto riguarda le intolleranze, sono a disposizione numerosi test diagnostici, l’efficacia dei quali è però tutt’altro che riconosciuta.

Entriamo quindi nel tema principale di questo articolo: quanto sono attendibili i test per le intolleranze alimentari? Secondo la comunità scientifica la risposta è chiara: molto poco.

Vediamo nel dettaglio in cosa consistono i test maggiormente utilizzati:

Vega test: è basato sui principi della bioenergetica, la quale sostiene che determinate sostanze possono influire sull’insieme di campi magnetici propri dell’organismo. Il test viene effettuato con un apparecchio munito di elettrodi, posizionati uno sulla mano del paziente e uno collegato alla macchina nella quale vengono inserite fiale contenenti estratti “omeopatizzati” (diluiti in maniera infinitesimale) di diversi alimenti. Le intolleranze vengono identificati in base alle variazioni di potenziale della pelle dovute al contatto con l’alimento incriminato;

Biorisonanza: basato sul principio secondo cui l’organismo sviluppa onde elettromagnetiche “buone” o “cattive” a seconda delle sostanze con cui entra in contatto. La misurazione di queste onde permette di diagnosticare le intolleranze;

Test del capello: basato anch’esso sulla biorisonanza. Il capello emette, come il resto del corpo, una frequenza specifica che può essere alterata dal contatto con sostanze di origine alimentare a cui l’organismo dovrebbe essere intollerante;

DRIA test: si basa sulla misurazione della perdita di forza muscolare conseguente alla somministrazione sublinguale di alcune gocce di preparato alimentare. Al paziente viene chiesto di esercitare, per mezzo di una cinghia fissata ad una caviglia, una trazione su una cella di carico. Un computer analizza le eventuali variazioni della curva di sforzo;

Kinesiologia: anche in questo caso si prende in considerazione la perdita di forza muscolare. Il soggetto viene posto in contatto fisico con l’alimento, facendogli stringere fialette che lo contengono e successivamente l’operatore stima la variazione di forza del muscolo deltoide (spalla) contrastando il movimento del braccio del soggetto;

Test citotossico: comporta l’analisi microscopica del sangue del soggetto, dopo il contatto con l’antigene ricavato dall’alimento. L’operatore analizza l’eventuale comparsa di cambiamenti nella forma dei globuli bianchi, la quale indica positività al test;

ALCAT-Test: una variabile del test citotossico, viene effettuato però su specifici elementi corpuscolati del sangue e l’analisi non viene effettuata da un operatore ma è computerizzata;

Test del DNA: viene effettuata l’analisi del DNA su un campione salivare in base al quale si dovrebbe determinare la suscettibilità nei confronti addirittura di 600 diversi alimenti.

Per valutare l’effettiva efficacia di questi test, sono stati condotti molti studi scientifici nei quali sono state analizzate le procedute, i test sono stati eseguiti più volte sugli stessi soggetti e sono stati effettuati confronti tra le diverse metodologie. I risultati emersi hanno messo in luce molti punti deboli:

scarsa riproducibilità: ciò significa che se vengono effettuati più volte di seguito o in strutture differenti, danno dei risultati discordanti;

– sono soggetti ad interpretazione personale: alcuni di questi test si basano sull’interpretazione totalmente soggettiva dell’operatore che effettua l’esame (valutazione della forma dei globuli bianchi, valutazione della forza, interpretazione delle variazioni di frequenza);

scarsa accuratezza predittiva (sensibilità): in diversi studi controllati, questi test si sono dimostrati incapaci di identificare intolleranze e anche allergie conclamate;

bassa specificità: possono risultare dei falsi positivi, ovvero vengono riscontrate delle intolleranze verso alcuni alimenti, non corrispondenti alla realtà;

errati principi di base: si basano su principi biologicamente poco plausibili;

Sulla base di tutti questi elementi, i maggiori esperti nel settore sono concordi nell’affermare che questi test non hanno validità scientifica e non possono quindi essere considerati strumenti affidabili per l’individuazione delle intolleranze alimentari.

Ad oggi, purtroppo, i test validati scientificamente sono solamente due: il breath test, utilizzato per diagnosticare intolleranza al lattosio e i test per diagnosticare la celiachia, che comprendono la ricerca di particolari anticorpi nel sangue e la biopsia della mucosa intestinale.

Il rischio maggiore legato all’utilizzazione di questi test non validati, peraltro molto costosi, è dato dal fatto che i risultati che emergono, nella maggior parte dei casi, riportano una positività ad un gran numero di alimenti, tra cui generalmente molti vegetali e le farine. Una diagnosi non corretta di intolleranza alimentare, porta le persone a modificare in maniera inutile e scorretta la propria dieta, eliminando alimenti importanti per la nostra alimentazione, ed esponendosi così al rischio di andare incontro a carenze nutrizionali.

Spesso chi si sottopone a questi test si convince della loro efficacia perché, in seguito alla modificazione della dieta, ottengono una significativa perdita di peso, la quale però molto spesso è semplicemente figlia delle forti restrizioni applicate alla dieta stessa.

In conclusione, quindi, nel caso in cui si riscontri una reazione avversa legata all’assunzione di un determinato alimento o si sospetti un’intolleranza, è opportuno rivolgersi a professionisti seri che utilizzano strumenti corretti, come test validati e diete di esclusione, evitando di affidarsi a test inefficaci e potenzialmente dannosi per la salute… e per il portafoglio!

Fonti:

Ministero della Salute (http://www.salute.gov.it).

Niggeman b, gruber c. “Unproven diagnostic procedures in IgE mediated allergic diseases”.

Wuthrich b. “Unproven techniques in allergy”.

Bruijnzeel-Koomen C., Ortolani C., Aas K., et al. “Adverse reaction to food (position paper of European Academy of Allergology and Clinical Immunology) Allergy 50,623,1995.

American Academy of Allergy and Immunology National Institute of Allergy and Infectious Diseases: Adverse reaction to food. Bethesda, Md, National Institute of Health, NIH Publication No 84-2422, 1984, p.1-6.