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Grassi si nasce o si diventa? Scopriamolo insieme

25 Feb , 2015,
admin

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“È costituzione”, “ siamo grossi di famiglia”, “è colpa di disfunzioni ormonali”…

Queste sono alcune delle frasi che spesso sentiamo pronunciare per giustificare condizioni di eccesso di peso, ma è davvero così forte l’influenza di fattori genetici nello sviluppo si sovrappeso e obesità o è piuttosto il nostro stile di vita il vero responsabile? Proviamo a capirlo insieme.dna

L’obesità viene definita come uno “stato morboso a genesi multifattoriale”. L’aumento di grasso corporeo è essenzialmente la conseguenza di un prolungato bilancio energetico positivo, che si ha quando le entrate alimentari superano a lungo e abbondantemente i consumi energetici dell’organismo.

Non è sempre facile, però, capire cosa ci sia alla base di questo concetto apparentemente così semplice. In anni di ricerche sono stati individuati, infatti, numerosi e variegati elementi eziopatogenetici che possono entrare in gioco: profilo ereditario e difetti metabolici, caratteristiche ambientali e stili di vita, uso/abuso di sostanze e farmaci, problemi economici e condizioni sociali, modi di alimentarsi sregolati e, in alcuni casi, veri e proprio stati psicopatologici.




Tutti questi elementi possono essere raggruppati in due grandi classi: fattori ambientali e fattori genetici.

Che l’obesità abbia una componente ereditaria non è un dato sorprendente. Da tempo sono note osservazioni sulla tendenza all’obesità di consanguinei, ma è sempre rimasto incerto il peso reale della componente genetica rispetto a quella ambientale.

Le prime ricerche capaci di suggerire, su una base statistico-epidemiologica, che il corredo genetico esercita un’influenza rilevante sul peso corporeo degli esseri umani, sono state offerte da studi condotti su persone adottate: i valori di BMI (o IMC, indice di massa corporea) di individui adottati sono risultati, in genere, più correlati con quelli dei genitori e dei fratelli biologici che non con quelli dei membri della famiglia adottiva (con cui i soggetti condividono lo stile di vita).

In alcune indagini, però, studi su gemelli obesi hanno dato risultati discordanti, suggerendo che, in soggetti geneticamente vulnerabili rispetto all’obesità, sono in realtà i fattori ambientali i maggiori responsabili dell’effettivo sviluppo di questa condizione, lasciando quindi ancora aperta la questione.

Oltre ai dati raccolti grazie a questi studi epidemiologici, importanti scoperte scientifiche sono state fatte grazie a studi condotti in laboratorio su roditori: alcuni studiosi hanno identificato in topi obesi la mutazione di alcuni geni che permettono la sintesi di una particolare sostanza, la leptina, o dei recettori che permettono a questa di agire. Questa sostanza, presente anche negli uomini, ha l’effetto di diminuire il senso di fame e aumentare la spesa energetica.

Oltre a questa, nell’uomo sono stati identificati altri tipi di mutazioni genetiche che possono favorire la cosiddetta “obesità monogenica”, ma tutte sono assai rare.

Per quanto riguarda, invece, la molto meno rara “obesità comune”, le influenze genetiche sembrano esprimersi attraverso numerosi geni di suscettibilità che comportano un aumento del rischio di sviluppare una condizione di obesità (stimato al 30%) ma che, da soli, non sono sufficienti a determinarla.

Si deve pensare, insomma, che nella maggior parte dei casi di obesità non sia in gioco un difetto genetico particolare ma, piuttosto, un assetto genetico complessivo, “programmato” per accumulare e risparmiare energia, sviluppatosi nel corso dei millenni e perfezionato per selezione naturale, per far fronte ai periodi di carestia che il genere umano si è trovato ad affrontare. È l’ipotesi del genotipo risparmiatore, tuttora ancora in discussione e in attesa di conferme scientifiche robuste. Tale profilo genetico, fondamentale un tempo per la sopravvivenza dell’uomo, renderebbe ora la maggior parte degli esseri umani assai vulnerabili di fronte ad un ambiente obesogeno come quello attuale.

In definitiva, l’influenza genetica sull’aumento di peso appare come un meccanismo molto complesso, sul quale però i fattori ambientali giocano un ruolo fondamentale nello svelare la congenita inclinazione umana all’obesità o, per meglio dire, all’accumulo di riserve energetiche.

Prove interessanti a favore di questa tesi vengono dagli studi sulle migrazioni dei popoli: gruppi di popolazioni di uno stesso ceppo etnico, presentano notevoli differenze nella prevalenza di obesità (e patologie ad essa correlate) a seconda che vivano nelle zone rurali di origine, dove seguono un’alimentazione ricca di vegetali e povera di grassi, o che si siano mossi in grandi città, adeguandosi ad un’alimentazione più ricca di grassi e zuccheri.

Anche la progressiva occidentalizzazione della dieta e dello stile di vita nei paesi in via di sviluppo ha causato una forte diffusione di sovrappeso e obesità in popolazioni che tradizionalmente non ne erano affette.

I sociologi hanno sottolineato come, negli ultimi cinquant’anni, sia avvenuta una grande transizione alimentare in buona parte dell’umanità. Gli esseri umani sembrano più attratti dai cibi ad alta densità energetica, forse proprio per l’ancestrale necessità di accumulare energia che abbiamo già citato in precedenza. Sappiamo d’altra parte che i cibi ricchi di grassi e zuccheri sviluppano un maggiore senso di piacere e hanno un minore potere saziante rispetto a cibi di origine vegetale.

Alcuni cambiamenti sociali hanno contribuito a questo fenomeno: l’urbanizzazione, di cui abbiamo già parlato; l’emancipazione femminile e lo stile di vita frenetico, hanno portato ad una riduzione del tempo a disposizione per preparare il cibo, permettendo l’esplosione di un’offerta sempre maggiore di prodotti già pronti o di rapida preparazione, a buon mercato, di buona palatabilità ma di basso valore nutrizionale, ricchi di grassi e colesterolo; la diminuzione dei costi dei prodotti ad alta densità energetica, come snack, dolciumi, prodotti fritti, bibite, che tendono a costare meno rispetto ad alimenti a minor contenuto calorico come frutta, verdura e cereali; lo sviluppo da parte delle industrie alimentari di strategie di marketing e tecniche pubblicitarie sempre più efficaci, a beneficio però di cibi dallo scarso valore nutrizionale.

Quando si parla di fattori ambientali non si deve pensare solo all’alimentazione ma occorre considerare l’importante peso dell’attività fisica e del suo opposto, la tendenza alla sedentarietà. Sembra anzi che quest’ultima giochi un ruolo perfino più importante dell’alimentazione nella patogenesi dell’obesità.

Con i termini attività fisica e sedentarietà non ci riferiamo solamente alla pratica di esercizi o sport ma anche, più in generale, allo stile di vita ovvero al movimento dovuto al lavoro, agli spostamenti e alle attività quotidiane, che al giorno d’oggi comportano una spesa energetica giornaliera media drasticamente ridotta rispetto al passato.

In conclusione possiamo affermare che, la grande epidemia contemporanea di obesità, rappresenta il risultato della compartecipazione di innumerevoli fattori, alcuni indipendenti dalla nostra volontà ma molti altri determinati dalle nostre scelte, perciò, se da una parte non siamo ancora in grado di agire sui fattori genetici, dall’altra risulta invece doveroso intervenire su quei fattori ambientali che risultano essere modificabili.

 

Fonti:

Bosello O, Cuzzolaro M, “Obesità”, Il Mulino Editore, 2013;

Coleman DL, Hummel KP, “The influence of genetic background on the expression of the obese (ob) gene in the mouse”, Diabetologia, 9, n°4, 1973, pp. 294-298;

Southam L et al., “Is the thrifty genotype hypotesis supported by evidence based on confirmed type-2 diabetes- and obesity-susceptibility variants?”, Diabetologia, 52, n°9, 2009, pp. 1846-1851;

Drewnowski A, “Obesity and the Food Environment: Dietary Energy Density and Diet Costs”, American Journal of Preventive Medicine, 2004, 27, 3, pp. 154-162;