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Grassi si nasce o si diventa? Scopriamolo insieme

25 Feb , 2015,
admin

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“È costituzione”, “ siamo grossi di famiglia”, “è colpa di disfunzioni ormonali”…

Queste sono alcune delle frasi che spesso sentiamo pronunciare per giustificare condizioni di eccesso di peso, ma è davvero così forte l’influenza di fattori genetici nello sviluppo si sovrappeso e obesità o è piuttosto il nostro stile di vita il vero responsabile? Proviamo a capirlo insieme.dna

L’obesità viene definita come uno “stato morboso a genesi multifattoriale”. L’aumento di grasso corporeo è essenzialmente la conseguenza di un prolungato bilancio energetico positivo, che si ha quando le entrate alimentari superano a lungo e abbondantemente i consumi energetici dell’organismo.

Non è sempre facile, però, capire cosa ci sia alla base di questo concetto apparentemente così semplice. In anni di ricerche sono stati individuati, infatti, numerosi e variegati elementi eziopatogenetici che possono entrare in gioco: profilo ereditario e difetti metabolici, caratteristiche ambientali e stili di vita, uso/abuso di sostanze e farmaci, problemi economici e condizioni sociali, modi di alimentarsi sregolati e, in alcuni casi, veri e proprio stati psicopatologici.




Tutti questi elementi possono essere raggruppati in due grandi classi: fattori ambientali e fattori genetici.

Che l’obesità abbia una componente ereditaria non è un dato sorprendente. Da tempo sono note osservazioni sulla tendenza all’obesità di consanguinei, ma è sempre rimasto incerto il peso reale della componente genetica rispetto a quella ambientale.

Le prime ricerche capaci di suggerire, su una base statistico-epidemiologica, che il corredo genetico esercita un’influenza rilevante sul peso corporeo degli esseri umani, sono state offerte da studi condotti su persone adottate: i valori di BMI (o IMC, indice di massa corporea) di individui adottati sono risultati, in genere, più correlati con quelli dei genitori e dei fratelli biologici che non con quelli dei membri della famiglia adottiva (con cui i soggetti condividono lo stile di vita).

In alcune indagini, però, studi su gemelli obesi hanno dato risultati discordanti, suggerendo che, in soggetti geneticamente vulnerabili rispetto all’obesità, sono in realtà i fattori ambientali i maggiori responsabili dell’effettivo sviluppo di questa condizione, lasciando quindi ancora aperta la questione.

Oltre ai dati raccolti grazie a questi studi epidemiologici, importanti scoperte scientifiche sono state fatte grazie a studi condotti in laboratorio su roditori: alcuni studiosi hanno identificato in topi obesi la mutazione di alcuni geni che permettono la sintesi di una particolare sostanza, la leptina, o dei recettori che permettono a questa di agire. Questa sostanza, presente anche negli uomini, ha l’effetto di diminuire il senso di fame e aumentare la spesa energetica.

Oltre a questa, nell’uomo sono stati identificati altri tipi di mutazioni genetiche che possono favorire la cosiddetta “obesità monogenica”, ma tutte sono assai rare.

Per quanto riguarda, invece, la molto meno rara “obesità comune”, le influenze genetiche sembrano esprimersi attraverso numerosi geni di suscettibilità che comportano un aumento del rischio di sviluppare una condizione di obesità (stimato al 30%) ma che, da soli, non sono sufficienti a determinarla.

Si deve pensare, insomma, che nella maggior parte dei casi di obesità non sia in gioco un difetto genetico particolare ma, piuttosto, un assetto genetico complessivo, “programmato” per accumulare e risparmiare energia, sviluppatosi nel corso dei millenni e perfezionato per selezione naturale, per far fronte ai periodi di carestia che il genere umano si è trovato ad affrontare. È l’ipotesi del genotipo risparmiatore, tuttora ancora in discussione e in attesa di conferme scientifiche robuste. Tale profilo genetico, fondamentale un tempo per la sopravvivenza dell’uomo, renderebbe ora la maggior parte degli esseri umani assai vulnerabili di fronte ad un ambiente obesogeno come quello attuale.

In definitiva, l’influenza genetica sull’aumento di peso appare come un meccanismo molto complesso, sul quale però i fattori ambientali giocano un ruolo fondamentale nello svelare la congenita inclinazione umana all’obesità o, per meglio dire, all’accumulo di riserve energetiche.

Prove interessanti a favore di questa tesi vengono dagli studi sulle migrazioni dei popoli: gruppi di popolazioni di uno stesso ceppo etnico, presentano notevoli differenze nella prevalenza di obesità (e patologie ad essa correlate) a seconda che vivano nelle zone rurali di origine, dove seguono un’alimentazione ricca di vegetali e povera di grassi, o che si siano mossi in grandi città, adeguandosi ad un’alimentazione più ricca di grassi e zuccheri.

Anche la progressiva occidentalizzazione della dieta e dello stile di vita nei paesi in via di sviluppo ha causato una forte diffusione di sovrappeso e obesità in popolazioni che tradizionalmente non ne erano affette.

I sociologi hanno sottolineato come, negli ultimi cinquant’anni, sia avvenuta una grande transizione alimentare in buona parte dell’umanità. Gli esseri umani sembrano più attratti dai cibi ad alta densità energetica, forse proprio per l’ancestrale necessità di accumulare energia che abbiamo già citato in precedenza. Sappiamo d’altra parte che i cibi ricchi di grassi e zuccheri sviluppano un maggiore senso di piacere e hanno un minore potere saziante rispetto a cibi di origine vegetale.

Alcuni cambiamenti sociali hanno contribuito a questo fenomeno: l’urbanizzazione, di cui abbiamo già parlato; l’emancipazione femminile e lo stile di vita frenetico, hanno portato ad una riduzione del tempo a disposizione per preparare il cibo, permettendo l’esplosione di un’offerta sempre maggiore di prodotti già pronti o di rapida preparazione, a buon mercato, di buona palatabilità ma di basso valore nutrizionale, ricchi di grassi e colesterolo; la diminuzione dei costi dei prodotti ad alta densità energetica, come snack, dolciumi, prodotti fritti, bibite, che tendono a costare meno rispetto ad alimenti a minor contenuto calorico come frutta, verdura e cereali; lo sviluppo da parte delle industrie alimentari di strategie di marketing e tecniche pubblicitarie sempre più efficaci, a beneficio però di cibi dallo scarso valore nutrizionale.

Quando si parla di fattori ambientali non si deve pensare solo all’alimentazione ma occorre considerare l’importante peso dell’attività fisica e del suo opposto, la tendenza alla sedentarietà. Sembra anzi che quest’ultima giochi un ruolo perfino più importante dell’alimentazione nella patogenesi dell’obesità.

Con i termini attività fisica e sedentarietà non ci riferiamo solamente alla pratica di esercizi o sport ma anche, più in generale, allo stile di vita ovvero al movimento dovuto al lavoro, agli spostamenti e alle attività quotidiane, che al giorno d’oggi comportano una spesa energetica giornaliera media drasticamente ridotta rispetto al passato.

In conclusione possiamo affermare che, la grande epidemia contemporanea di obesità, rappresenta il risultato della compartecipazione di innumerevoli fattori, alcuni indipendenti dalla nostra volontà ma molti altri determinati dalle nostre scelte, perciò, se da una parte non siamo ancora in grado di agire sui fattori genetici, dall’altra risulta invece doveroso intervenire su quei fattori ambientali che risultano essere modificabili.

 

Fonti:

Bosello O, Cuzzolaro M, “Obesità”, Il Mulino Editore, 2013;

Coleman DL, Hummel KP, “The influence of genetic background on the expression of the obese (ob) gene in the mouse”, Diabetologia, 9, n°4, 1973, pp. 294-298;

Southam L et al., “Is the thrifty genotype hypotesis supported by evidence based on confirmed type-2 diabetes- and obesity-susceptibility variants?”, Diabetologia, 52, n°9, 2009, pp. 1846-1851;

Drewnowski A, “Obesity and the Food Environment: Dietary Energy Density and Diet Costs”, American Journal of Preventive Medicine, 2004, 27, 3, pp. 154-162;

Autosvezzamento

Feb , 2015,
admin

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Una nuova scelta per le mamme: l’autosvezzamento

Sta prendendo sempre più piede tra le mamme un nuovo approccio nella gestione dello svezzamento dei propri bambini: l‘autosvezzamento, più propriamente definito come alimentazione complementare.Schermata-02-2456700-alle-09.47

Il principio alla base di questa “nuova” metodologia consiste nel far avvicinare i bambini al cibo nella maniera più naturale e spontanea possibile, lasciandoli liberi di sperimentare ed esplorare questo nuovo mondo finora sconosciuto.

Una delle grosse differenze rispetto allo svezzamento classico, riguarda l’assenza di schemi di introduzione degli alimenti basati su rigide tempistiche. Questi generalmente, consigliano di introdurre prima alcuni tipi di verdure (patate, carote, zucchine), di frutta (banana, mela, pera), brodo vegetale e creme di riso o semolino. Solo successivamente si potranno aggiungere, in maniera graduale, fonti proteiche come carne o pesce, i cereali contenenti glutine, ulteriori varietà di frutta e verdure e i cibi contenenti allergeni (uova, pomodori, fragole).

Leggi la testimonianza di una mamma

Il razionale alla base di questo approccio, è che l’apparato digerente del bambino, fino a quel momento abituato al solo latte (materno o in formula), ha bisogno di tempo per abituarsi a nuovi alimenti. L’introduzione graduale e ritardata di alcuni cibi dovrebbe, inoltre, permettere di ridurre il rischio di sviluppare allergie. Quest’ultimo punto in particolare è stato ormai smentito dalle recenti ricerche scientifiche, secondo le quali è anzi consigliabile introdurre fin da subito gli alimenti allergizzanti proprio per scongiurare questo pericolo.




Un elemento che lascia un po’ perplessi è il fatto che, generalmente, queste tempistiche di assunzione raccomandate sono poco uniformi e variano a seconda del pediatra di turno, ponendo di conseguenza un dubbio sulla loro reale affidabilità.

Secondo il metodo dell’autosvezzamento, tutta questa pianificazione non è necessaria: il bambino può sedersi a tavola ed iniziare ad assaggiare ciò che mangiano i genitori. Deve essere libero di sperimentare tutti i nuovi sapori, lasciandosi guidare dal suo gusto personale, senza restrizioni e anzi, cercando di variare la dieta il più possibile.

 

Altra sostanziale differenza rispetto al metodo classico, riguarda la consistenza degli alimenti: addio alle classiche pappe composte da passati di verdura, creme e omogeneizzati. Il cibo deve essere offerto cosi com’è, tagliato a striscioline o bastoncini, in maniera tale che il bambino possa afferrarlo, portarlo alla bocca ed imparare a conoscerlo nella sua forma solida. Chiaramente, nelle fasi iniziali, il bambino si limiterà a succhiare e mordicchiare l’alimento per sentirne il sapore e questo non gli permetterà di assumere il nutrimento necessario (motivo per cui lo svezzamento è complementare all’assunzione del latte). Gradualmente però, aumentando le proprie capacità masticatorie (presenti anche se ancora non ha i dentini), il bambino comincerà ad ingerire maggiori quantità di cibo e a capire che questo gli “riempie la pancia”, riducendo nel tempo la sua richiesta di latte.

La grande paura che si associa a questo tipo di approccio, è il pericolo di soffocamento, pericolo che in realtà non sussite perché, come sostiene il pediatra Lucio Piermarini, convinto sostenitore dell’autosvezzamento, “il bambino, se gli si dà la possibilità di provare e fare pratica, è in grado di gestire il cibo in bocca esattamente come noi adulti. Noi tutti possediamo un riflesso, chiamato riflesso faringeo, che è la risposta del nostro corpo contro il soffocamento: una contrazione muscolare che protegge la gola evitando che un qualsiasi corpo estraneo che arriva a toccare il palato molle o la parte mucosa alla base della lingua vi penetri, rigettandolo attraverso un conato, colpi di tosse o anche vomito”.

Fondamentale da questo punto di vista, non anticipare i tempi dell’autosvezzamento imparando a riconoscere i segnali che ci indicano quando il bambino è pronto per iniziare questo percorso (indicativamente intorno ai 6 mesi).

È necessario infatti che il bimbo sia in grado di stare seduto dritto senza aiuto e che abbia perso il riflesso di estrusione, ovvero l’istinto che lo accompagna dalla nascita, di tirare fuori la lingua quando gli viene stimola la bocca (riflesso che facilita la suzione).

Non meno importante il fatto che il bambino dimostri interesse verso il cibo degli adulti e condividere con lui questa esperienza ed il tempo dei pasti, rappresenta sicuramente un aspetto importante anche dal punto di vista psicologico.

 

Seguire le regole dell’autosvezzamento, offre anche il pretesto per rivedere le abitudini alimentari dei genitori. Se il bimbo deve mangiare le stesse cose con cui loro si alimentano, occorre di conseguenza porre particolare attenzione a ciò che viene messo in tavola. Il bambino ha bisogno di una dieta varia, equilibrata, nutriente, povera di grassi, zuccheri e sale… indicazioni valide anche per gli adulti ma delle quali troppo spesso ci dimentichiamo!

 

Abbiamo visto gli aspetti principali di questo nuovo approccio allo svezzamento, che in realtà nuovo non è, perché semplicemente riscopre le abitudini delle vecchie generazioni che crescevano i propri figli senza l’aiuto di omogeneizzati di ogni tipo e prodotti liofilizzati.

Come dietista mi sento di consigliarlo perché permette di sviluppare un corretto e naturale approccio verso il cibo, permettendo al bambino di imparare fin da subito a conoscere gli alimenti per quello che sono, nella loro forma, consistenza e sapore originari, garantendo, se gestito correttamente con l’aiuto del pediatra, la corretta nutrizione per supportare la crescita.

 

Fonti:

Piermarini L., “Io mi svezzo da solo”, 2008, Bonomi Editore

“Io mangio come voi”, Unità per la ricerca sui servizi sanitari, Ospedale materno infantile Burlo Garofolo

www.autosvezzamento.it

Alimentazione Sana

18 Feb , 2015,
admin

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Consigli per una sana alimentazione… a chi credere?

Al giorno d’oggi siamo continuamente bombardati da informazioni relative all’alimentazione: televisione, internet, riviste… il cibo è protagonista assoluto e con lui tutto ciò che gli ruota intorno, dalla cucina alla dietetica, passando per la medicina.nuova_piramide_web_XXL

Sentiamo parlare di valori nutrizionali, proprietà organolettiche, di cibi amici o nemici della nostra linea così come di alimenti miracolosi, panacee di tutti i mali o diabolici attentatori della nostra salute.

Di conseguenza, in questa giungla di nozioni, spesso discordanti, è difficile orientarsi, discriminare tra fonti attendibili e ciarlatani del momento e capire come veramente ci dobbiamo comportare per seguire una corretta e sana alimentazione.

A chi credere quindi? La risposta è una sola: a chi basa le proprie affermazioni su solide basi scientifiche e dati concreti.




Per fortuna esistono organi preposti che ci vengono in aiuto in tal senso, istituti scientifici e agenzie nazionali ed internazionali (INRAN, EFSA) che su ricerca scientifica, informazione e promozione della salute basano la propria attività.

E proprio uno di questi organi, l’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) ha stilato, sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, le “linee guida per una sana alimentazione italiana”, ovvero le regole fondamentali a cui tutti noi dovremmo attenerci per alimentarci in maniera corretta e curare la nostra salute.

Vediamole insieme:

. Controlla il peso e mantieniti sempre attivo

Controllare l’introito energetico ci permette di mantenere il nostro corpo in una condizione di normopeso, riducendo il rischio di sviluppare problemi di salute tipicamente correlati a condizioni di eccesso di peso o di sottopeso.

Non meno importante è l’intervento sulle “uscite” energetiche: mantenersi fisicamente attivi ci aiuta a bruciare calorie, stimolare il metabolismo ed ha un effetto positivo generale su tutto l’organismo. Oltre a praticare attività fisica almeno 3 volte a settimana, è importante ridurre la sedentarietà durante tutta la giornata (fare le scale, camminare, ridurre l’uso della macchina…);

. Più cereali, legumi, ortaggi e frutta

Questi alimenti vegetali sono molto importanti perché contengono sostanze preziose per la salute, come amido, fibra, vitamine e minerali. Cereali e legumi forniscono, inoltre, anche proteine.

Ogni giorno dovremmo mangiare prodotti a base di cereali, meglio se integrali e almeno 5 porzioni di verdura e frutta, il cui consumo, è dimostrato, protegge da moltissime malattie e aiuta a ridurre le calorie;

. Grassi: scegli la qualità e limita la quantità

i grassi sono un nutriente importante per l’organismo in quanto forniscono energia, veicolano nutrienti liposolubili e partecipano alla costruzione di molecole vitali. Se consumati in eccesso risultano però dannosi (non dovrebbero superare il 30% dell’energia giornaliera).

Da prediligere i grassi insaturi, contenuti in oli vegetali, cereali, frutta secca, olive e pesce, i quali hanno, nelle giuste dosi, effetti positivi sul cuore, sull’assetto lipidico e probabilmente nella prevenzione di alcuni tumori.

Da ridurre invece i grassi saturi, tipici dei prodotti di origine animale, pesce escluso (formaggi, carni, grasse, insaccati, burro, panna) che hanno effetto negativo sul sistema cardiovascolare e aumentano la colesterolemia.

. zuccheri, dolci e bevande zuccherate: nei giusti limiti

gli zuccheri sono una fonte di energia molto importante ma spesso ne facciamo un consumo esagerato. Frutta, latte e altri alimenti ci forniscono adeguate dosi di questo nutriente, ma il consumo di bibite, succhi, dolci e creme ne fanno lievitare pericolosamente l’introito.

Per soddisfare la voglia di dolce, meglio scegliere prodotti da forno come biscotti o fette biscottate piuttosto che prodotti con creme, cioccolato o marmellate.

L’uso di dolcificanti può aiutare a ridurre il consumo di zucchero ma non deve essere considerato come un mezzo per ridurre il peso corporeo senza modificare il proprio stile di vita.

. Bevi ogni giorno in abbondanza

Per stare bene è importante bere molto, almeno 1,5 litri a giorno, anche di più nelle giornate calde, durante e dopo l’attività fisica o se abbiamo la febbre.

Ricordiamoci di bere spesso durante la giornata, in qualsiasi momento, ai pasti e lontano da questi, senza aspettare che compaia il senso di sete.

Se abbiamo fatto sport è fondamentale reintegrare le perdite di liquidi e minerali: un buon consumo di acqua, frutta e verdura ci restituirà quello che abbiamo perso.

. Il sale? Meglio poco

Il sale è naturalmente presente negli alimenti (acqua, frutta, verdura, carne…) in dosi già sufficienti per le nostre necessità. Quello che noi aggiungiamo alle pietanze e che assumiamo tramite gli alimenti trasformati, ci porta ad introdurne più del necessario, aumentando il rischio di patologie cardiovascolari e renali.

È buona norma abituare il nostro palato ad un gusto meno salato, sfruttare spezie ed erbe aromatiche per insaporire i cibi e ridurre il consumo di alimenti ricchi in sale (insaccati, formaggi, salse, dadi da brodo…)

. Bevande alcoliche: se si, solo in quantità controllata

L’alcol non è un nutriente, quindi non è utile al nostro organismo al quale fornisce solo un gran quantitativo di calorie inutilizzabili.

Un consumo moderato, per soggetti sani, non deve superare 2-3 bicchieri al giorno per l’uomo, 1-2 per la donna, per alcolici quali vino o birra. Sarebbe consigliabile evitare il consumo di superalcolici.

Meglio bere durante i pasti, o comunque a stomaco pieno,, in modo da rallentare l’assorbimento dell’alcol e di astenersi dal consumo durante infanzia, adolescenza, gravidanza e allattamento.

. Varia spesso le tue scelte a tavola

La corretta alimentazione deve fornire tutti i micro e macronutrienti nelle giuste dosi ed in maniera equilibrata.

Dal momento che non esiste un alimento che da solo è in grado di soddisfare queste esigenze è fondamentale che la nostra dieta sia il più varia possibile. Questo significa mangiare frutta e verdura di vari tipi e colori, carni e pesci di diverse specie, vari tipi di cereali e legumi e così via. La piramide alimentare (allegata sotto) ci aiuta in questo senso a consumare tutti i tipi di alimenti con le giuste frequenze.

Questo ci permetterà di ridurre il rischio di squilibri nutrizionali e di assicurare al nostro organismo tutto ciò di cui ha bisogno.

 

La corretta alimentazione è fondamentale per preservare la nostra salute ed il nostro benessere. Per questo occorre farci guidare, nelle nostre scelte alimentari, da professionisti del settore che abbiano dalla loro parte l’autorevolezza della scienza, imparando a diffidare da sedicenti esperti e strampalate teorie estemporanee che dalla loro, molto spesso, hanno solo interessi economici.

Per approfondire:

http://nut.entecra.it/648/linee_guida.html

Fonti e link utili:

INRAN: http://nut.entecra.it

EFSA: http://www.efsa.europa.eu/it/

Il fatto alimentare: http://www.ilfattoalimentare.it

PUBMED: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed

OMS: http://www.who.int/en/

La testimonianza di una mamma

17 Feb , 2015,
admin

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La mia bambina, Lisa, ha sei mesi e mezzo e da tre settimane ha iniziato l’autosvezzamento. Quando la pediatra mi ha parlato per la prima volta di questo metodo, sono rimasta molto perplessa: al compimento del sesto mese avremmo dovuto sedere la bimba a tavola con noi e proporle gli stessi cibi preparati per noi adulti! Fino a quel momento ero sicurissima e pronta ad iniziare lo svezzamento classico con pappette, frullati, omogeneizzati, creme di riso, brodi vegetali e mi ero già documentata riguardo a quali alimenti introdurre prima e quali in seguito, a cosa evitare di somministrare per non scatenare terribili allergie!

All’improvviso scopriamo, invece, il mondo dell’ autosvezzamento! Ed ecco assalirci nuovi dubbi: ma come farà la bimba a mangiare il nostro cibo? Come lo masticherà? Non si soffocherà? Le possiamo dare anche i terribili cibi allergizzanti come pomodoro e uovo? Il sale le farà male?

Da qui la necessità di ricominciare la ricerca di nuove informazioni, esperienze, consigli.

Regola fondamentale dell’autosvezzamento è che il bambino deve approcciare il cibo nella maniera più naturale possibile, con le sue manine, deve toccarlo, studiarlo, scoprirne la consistenza e portarselo naturalmente alla bocca, senza alcun tipo di forzatura.




Lisa fin dai primi mesi è sempre stata a tavola con noi, perché per farla stare tranquilla durante i nostri pasti, posizionavamo il suo ovetto sul tavolo in modo che stesse in compagnia, quindi ha sempre assistito al rituale del “cibarsi a tavola”, ad orari precisi e con strane cose che papà e mamma introducevano in bocca con ancor più strani arnesi. Già dal quinto mese ha mostrato interesse per questo rituale, osservava con curiosità tutto quello che accadeva a tavola e le pietanze su di essa.

Così, allo scoccare del sesto mese si è guadagnata il suo posto a tavola, seduta bella dritta sulla sua sediolina! Le abbiamo messo davanti una patata bollita e un pezzo di pollo ai ferri…ha subito afferrato la patata, schiacciandola felice nella manina, ha poi afferrato il pollo e se l’è portato alla bocca… primi attimi di panico, perché con le gengive ne ha staccato un pezzetto ma lei, con tutta la calma del mondo, lo ha tranquillamente rigirato un po’ in bocca e infine, soddisfatta, l’ha sputato.

Ovviamente le prime volte il bambino non mangia tanto da nutrirsi, ma si limita ad esplorare questo nuovo mondo. Lisa ingoiava solo il passato di verdura, tutto quello che era più solido lo sputava. Col passare dei giorni ha imparato a masticare con le gengive e allora ecco che anche riso, piccoli pezzi di pasta, di carne e pesce ha iniziato a mandarli giù.

A Lisa piace mangiare, è felice quando si siede a tavola con la mamma e il papà e si trova davanti le loro stesse cose, quando le avvicino il cucchiaino lei lo afferra forte forte con le sue manine e se lo porta alla bocca spalancata!

Paradossalmente ama più i pezzi grossi da poter afferrare e mordere, rispetto a cibi sminuzzati, frullati o grattugiati.

Una regola fondamentale per vivere serenamente il periodo dell’alimentazione complementare, questo è il suo nome corretto, è non forzare mai il bimbo a mangiare e non preoccuparsi se mangia poco o rifiuta il cibo. Il bambino sa con cosa, quanto e quando alimentarsi. In ogni caso il latte sarà sempre a disposizione come al solito, le poppate diminuiranno gradualmente secondo i bisogni del bimbo.

Rispetto all’inizio ho completamente cambiato la mia opinione sull’ autosvezzamento: non è niente di spaventoso, anzi è la cosa più naturale che si possa proporre al bambino. Sono felice di non utilizzare prodotti omogeneizzati, liofilizzati, creme di vario genere, insomma, alimenti talmente trasformati nella aspetto e nel sapore, che il bambino non può imparare a distinguere. Lisa inizia a conoscere le consistenze, i colori, le forme e i veri sapori dei cibi e sicuramente apprezza il fatto di condividere il tempo dei pasti con la sua mamma e il suo papà!

In conclusione, consiglio l’alimentazione complementare a tutti i genitori… lasciatevi guidare dal vostro bambino!

Buona pappa!